Gli Sfortunati - 2
Uuuuuffh!
Tipico sbuffo da Lunedì.
Per molti è la giornata più sfigata della settimana.
Non è sempre così per fortuna, ma il Lunedì ci chiede sempre qualcosa in più per risollevarsi.
E noi ce l’abbiamo!
Si dice mal comune mezzo gaudio, right?
E allora andiamo a celebrare le sfighe altrui, quelle che hanno segnato la vita di personaggi famosi; così, giusto per pensare: “Mbeh, a confronto di questo qui, il mio sederino è ancora sul morbido, nonostante sia Lunedì….”
Lo sfortunato che oggi andrà ad arricchire questa speciale categoria è: Antonio Meucci.

Uno dei grandi geni - uno degli uomini più sfortunati al mondo.
Finisco ora di leggerne brevemente la biografia su Wikipedia e, dopo essermi anche un po’ commosso nel leggere quella lista infinita di sfortune, rimango a bocca aperta nel vedere con quale coraggio e reattività abbia saputo superare quel numero così impressionante di prove.
Comincia subito da giovane 23enne, finendo in prigione nel 1831 per ragioni politiche.
E già qui parte bene, ché stare in galera per motivi ideologici è una delle peggiori condizioni umane ch’io possa immaginare.
E’ costretto a lasciare la sua Firenze ed emigra alla volta di Cuba.
Avendo studiato all’Accademia delle Belle Arti ed essendo una persona intelligente, trova un buon lavoro presso un famoso teatro della capitale, l’Avana. Qualche anno di serenità , giusto per riprendersi dal dolore dell’esilio e poi la malasorte ritorna ad ululare: il teatro va a fuoco.
Rimane senza lavoro ed emigra a New York, dove mette in piedi una piccola fabbrica di candele.
La fabbrica, neanche a dirlo, fallisce e non certo per colpa sua, ma tant’è…
A questo punto, brusca accelerazione della sfortuna che ingrana la quarta (sfiga): la moglie si ammala gravemente e lui, sempre-intelligente-ci-mancherebbe, trova il modo di comunicare da una stanza all’altra della casa, per poter controllare lo stato di salute della moglie:
Era nato il telefono.
E qui… devo riconoscere che la maledetta scalogna, sempre iper-attiva vicino a Meucci, ingrana tutte le marce rimaste: 5a, 6a, 7a - in un delirio di brevetti depositati e pagati solo di anno in anno per mancanza di soldi, truffe, raggiri, furto del brevetto da parte di G. Bell che lo deposita a nome suo, diventando così miliardario, ma non solo.
Bell sconfisse il suo rivale Meucci anche in tribunale e lo rovinò completamente!
DÃ Ã Ã Ã i…!
Se c’è una Dea della sfiga nell’Olimpo della jattura, doveva proprio odiarlo tanto il povero Antonio per perseguitarlo con cotante disdette, avverse e sventurate!
I suoi concittadini fiorentini forse diranno: “Te tu ‘uarda! L’èra di molto ma di molto ‘ntellisgentino e ll’èra pure ‘aruccio, un brav’ òmo vìa… ma quando tte tu fa’ il pièno di ‘alamità e di traversìe in ‘odesta manièra, lo sai ‘ome ti sènti? ‘Ome lo zimbèllo e l’ trastullo della Madonna Beatrice dalla Vesta Nera: la sfigaaaaa! - Te tt’à ‘apito?”
Sono andato a trovare la sua casa-museo a Staten Island, New York, NY.
Si prende un traghetto a Manhattan, poi un taxi e si arriva in un quartiere tranquillo e residenziale, pieno di villette.
Ora sono case da benestanti ma nel 1850 Staten Island era il quartiere più povero di New York, peggio del Bronx.
La villetta dove visse il geniaccio fiorentino è stata ristrutturata ed è diventata un museo.
Si chiama Garibaldi-Meucci Museum.

Eh sì, perché spesso i grandi uomini sono come grosse calamite che si attraggono fra di loro.
E così Giuseppe Garibaldi, in fuga dall’Italia dopo aver perso Anita, fece un viaggio avventuroso e cercò rifugio in casa Meucci che, intelligente e di cuore com’era, lo accolse come un fratello.
All’interno della villetta io sono stato invece accolto da una giovane studentessa russa che fungeva da guida e che in inglese mi parlava di Garibuòldi e di Miùsci e mi mostrava la stanza del glorioso generale.
Si prova una piccola stretta al cuore nel vedere quella misera stanzetta con poche e povere suppellettili; una bacinella con lo specchio rotto, una poltroncina sfondata, un armadio cadente; sul lettuccio v’erano un paio di spade gloriosamente spuntate.
Lì viveva uno degli italiani più grandi, che sette anni dopo avrebbe riunito lo stivale!
(E voi giù al Nord non fate quella faccia…)
E che invece lì a Staten Island, nel piccolo laboratorio di casa Meucci si era messo a fare l’operaio fabbrica-candele…
Ma quanto può essere strana la vita, uh?
Anche con Meucci la vita si comportò in maniera strana: gli diede un gran cervello ma gli diede anche dei manrovesci rocamboleschi che avrebbero schiantato chiunque.
Onore a te, Antonio il Grande. Noi, tuoi nipotini italiani, ti vediamo come un nonno buono che combattè contro quella che i nipoti del fraudolento G. Bell ebbero in eredità : quella compagnia telefonica che sarebbe diventata la AT&T, una delle più potenti al mondo.

Non ce l’hai fatta per 200 pochi, micragnosi ma inesorabili dollari.
Oggi sarebbero 133 Euro… Al massimo ci verrebbe fuori una pizza per sei: io, Meucci, Garibaldi e altri tre lettori di questo blog che, superstiziosi come sono i blogghisti, non riescono neanche a muovere il mouse, tanto cià nno le mani impegnate a toccarsi i contro-scongiuri…
Certo, cari amici, ora anche il Lunedì più sfigato ci sembrerà un pieno milionario alla roulette di noi comuni mortali, magari meno geniali di Antonio Meucci, ma anche molto meno sfortunati, right?
Cya!
Gianni.
PPS. A conferma del tutto, nel Giugno di 5 anni fa, il Congresso degli Stati Uniti si è deciso a riconoscere a Meucci la paternità dell’invenzione del telefono. 120 anni post-mortem.
Già .


3 Marzo 2008 alle 23:29
[…] elezioni si accavalla casualmente con il duecentesimo anniversario della nascita di Antonio Meucci, inventore del telefono. Alle elezioni votate chi preferite, vi chiedo però di attivare il vostro blog proprio quel giorno […]